La violenza “giustificata”: per un’Orestea sudafricana

Fabio La Mantia

Abstract


Nell’Orestes di Athol Fugard la ricezione dell’antico non fluisce in maniera convenzionale, ma genera una pièce sperimentale, anomala, che sfugge alle imposizioni del testo scritto, alla caratterizzazione definita dei personaggi, al retaggio archetipico da cui prende l’abbrivio.

Fugard fonde insieme sia la trilogia eschilea che l’Oreste di Euripide, una sorta di ipertesto che incornicia le drammatiche vicissitudini di un giovane terrorista bianco e sudafricano.

Questo articolo si propone di indagare la genesi e la struttura dell’opera alla luce di ricorrenze tematiche e simboliche quali i concetti di violenza, di giustizia, di mito. L’autore, per dimostrare l’assurdità e l’atrocità di determinate circostanze, ne suggerisce il superamento non in estremismi o in rivoluzioni sanguinarie, ma in processi dialettici e coscienti.


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DOI: 10.6092/issn.2039-2281/7181

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